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Non è più rimandabile: la comunicazione pubblica interprete dei rapporti cittadini e P.A.
21 luglio 2020

La "rivoluzione copernicana" nei rapporti tra cittadini e Pubblica Amministrazione, annunciata da oltre un quarto di secolo e tentata fino ad oggi nel nostro Paese con alterne fortune e andamenti carsici, sostenuta dalle innovazioni normative - dalle Bassanini, dalla Legge sulla comunicazione pubblica e istituzionale-150/2000, fino al Codice per l'Amministrazione Digitale, alla Legge sulla Trasparenza, al FOIA-Freedom of Information Act, e altre ancora – potenzialmente abilitata e ampliata dalle trasformazioni tecnologiche e mediali, non è più rimandabile.

Barriere significative condizionanti lo sviluppo sociale ed economico del Paese attengono alla disponibilità/penetrazione equa di infrastrutture d'accesso performanti e a una padronanza diffusa delle competenze digitali, di base e evolute, necessarie per utilizzare i servizi (on line e off line, pubblici e privati), per essere protagonisti nel mondo del lavoro che cambia e adeguati alle professioni del futuro (e già dell'oggi), per comunicare e interagire con consapevolezza con la Pubblica Amministrazione e partecipare alla vita pubblica. Le linee di intervento definite nell'ambito delle competenze digitali si fondano su quanto previsto - tra le altre finalità - dall'Agenda Digitale Europea-DAE, "Enhancing digital literacy, skills and inclusion"”, e hanno due obiettivi primari:

. realizzare la cittadinanza digitale (accesso e partecipazione alla società della conoscenza, con una piena consapevolezza digitale;

. realizzare l'inclusione digitale (uguaglianza delle opportunità nell'utilizzo della rete e per lo sviluppo di una cultura dell'innovazione e della creatività).

Negli ultimi dieci anni a livello europeo ci si è resi conto che l'incessante irrompere delle innovazioni tecnologiche nei contesti sociali non deve essere guidato prevalentemente da logiche di mercato ma, per non essere subìto, deve essere permeato da valori quali l'inclusività, l'accessibilità, la partecipazione, la parità di genere, il benessere, la formazione continua, la sostenibilità. Per rendere questi obiettivi praticati e non retorico-formali, fondamentale è il ruolo del sistema pubblico e la capacità della comunicazione pubblica di farsi interprete – sotto il profilo teorico e nelle pratiche - di un approccio che nelle proprie strategie sappia coniugare con professionalità: centralità dell'utente/cittadino, ascolto, semplificazione, multicanalità, trasversalità, affidabilità.

Gli italiani in rete e più in generale nella loro "dieta mediale" – tradizionale e on line - sono attraversati da numerosi divides, da quelli linguistici e contenutistici, da quelli di genere e di età a quelli tecnici, intendendo per questi ultimi soprattutto l'insufficienza delle abilità indispensabili per comunicare con la Pubblica Amministrazione attraverso i diversi canali digitali, effettuare transazioni e per praticare le tecnologie come occasione di evoluzione personale e collettiva, nello studio, nel lavoro, nella vita civica.

Siamo anche molto lontani dall'avere un'adeguata cognizione di come piattaforme e media sociali possano essere anche strumenti di manipolazione, di controllo, di sorveglianza, di profilazione, di intrusione nella sfera personale. Mentre il tema dell'awareness, della sovranità sui propri dati e sul proprio "corpo digitale" è centrale per la pratica di una cittadinanza competente e consapevole.

L'etica nella gestione delle relazioni con i cittadini si traduce operativamente nella capacità delle organizzazioni pubbliche di coniugare - nella progettazione, nella produzione, nel monitoraggio degli impatti sulla collettività – innovazione comunicativa, e quindi anche digitale, innovazione sociale, innovazione nelle forme di governance aprendosi alle comunità. Servono dunque metodi, competenze, attitudini, vocazioni e professionalità appropriati per una P.A. che accolga in modo culturalmente non subalterno la sfida del cambio di paradigma che la rete ci ha regalato, immaginando e abilitando nuove soluzioni e proposte: la giusta e necessaria valorizzazione di una comunicazione pubblica come leva strategica di cambiamento e di innovazione può fare la differenza e ristabilire perimetri riconoscibili e riconosciuti dai cittadini.  

Le P.A., anche attraverso appropriate azioni di comunicazione e di empowerment, devono agire per limitare e gestire i rischi di nuove marginalità ed esclusioni, digitali e non: con riguardo alla comunicazione e alla partecipazione si tratterebbe di limitazione dei diritti di cittadinanza, elettronica e tout court.  

Il campo di azione della comunicazione pubblica si fa più quindi più ampio, in termini di iniziativa, impegno, canali utilizzati e destinatari/interlocutori da raggiungere, nessuno può essere lasciato fuori o indietro, peraltro una filosofia/azione già nello spirito della 150/2000 (…e del Decreto 29/93 in qualche misura). Ora più che mai la comunicazione delle Istituzioni pubbliche deve essere un'attività consapevole, etica, presidiata, integrata, efficace ed efficiente, misurabile, trasparente negli obiettivi, rendicontabile negli impatti e nei costi per la collettività. 

Le piattaforme sociali sono ambienti privati - e quindi con regole autonome, algoritmi opachi e obiettivi di business propri, non 'influenzabili', piegabili ai bisogni delle P.A. – e con questa assunzione di responsabilità, anche etica, vanno inserite – se e quando utili - in un contesto dialogico plurale, secondo strategie di comunicazione complessive, e devono essere governate con attenzione e ispirate a finalità di informazione e di interazioni affidabili.  Storytelling e "narrazioni" - parole quasi taumaturgiche, diventate un ingrediente onnipresente nei discorsi sulla comunicazione istituzionale spesso solo riverniciata di modernità - vanno messi al servizio della lungimiranza delle strategie, della trasparenza dei processi decisionali e della qualità delle prestazioni rilasciate (on line e tradizionali).  

In fondo le città e i territori sono intelligenti–smart, e con essi le P.A. e la loro comunicazione con i cittadini, se la potenza di connessione, di calcolo ed elaborazione di dati e informazioni offerte dalle tecnologie contribuiscono, avvalendosi di un approccio comunicativo aperto e di professionalità esperte, dedicate e costantemente formate, a un modello di collettività più cooperativa e collaborativa che in passato, e per questo più "abile", cioè in grado di perseguire soluzioni più efficienti, riusabili, sostenibili e inclusive. Nel settembre 2015, all'Assemblea generale dell'ONU, 193 Stati a livello mondiale hanno sottoscritto il documento "Trasformare il nostro mondo: l'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile" (https://sustainabledevelopment.un.org). L'Agenda individua 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals-SDGs) da raggiungere entro il 2030, che si articolano in 169 target, raggruppati in 5 aree prioritarie (le 5 P): Persone, Pianeta, Prosperità, Pace, Partnership.  

Le Pubbliche Amministrazioni aperte, le comunità intelligenti, i territori innovativi sono quelli capaci di attivare dinamiche coerenti con gli obiettivi 2030 e per fare questo l'alleanza con le persone, singole e associate, per il bene comune è la chiave di volta.

E la comunicazione pubblica, la comunità dei comunicatori pubblici, assieme al sistema universitario e formativo che accompagna con la propria attività di approfondimento e ricerca l'evoluzione della disciplina, sono soggetti attivatori, co-protagonisti essenziali dei processi di trasformazione culturale e organizzativa della P.A. 

 

Leda Guidi
presidente di "Comunicazione Pubblica"

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