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Siamo ancora "pazienti"?
07 ottobre 2013 | Categoria: Nazionale

Quando le questioni linguistiche non sono solo terminologiche, ma coinvolgono anche sensibilità individuali o collettive, diventa difficile condividere una linea comune o imporre degli aut aut. È corretto affermare che un malato è un "paziente" o è meglio definirlo "persona assistita"? È offensivo dire che un individuo è handicappato o meglio affermare che è diversamente abile?

Chi non ricorda il ciclico dibattito sull'uso della parola handicappato (sulla quale suggeriamo un accurato intervento di Federico Faloppa sul portale dell'Accademia della Crusca)? Negli ultimi anni, in diversi documenti anche internazionali compare il termine "persona diversamente abile" nel tentativo di adottare un lingua "politicamente corretta". Eppure molte persone e associazioni preferiscono mantenere il termine handicappato, perché non lo ritengono offensivo.




Ora è la volta del Codice deontologico che regola la professione medica. Sembra che dopo una lunga discussione, almeno su una cosa è stata raggiunta l'unanimità: il termine "paziente" va sostituito con "persona assistita". Una scelta che ha scatenato immediate reazioni di diverso tipo, con medici che hanno accolto con favore la proposta, altri che hanno condiviso le intenzioni suggerendo di concentrare gli sforzi su questioni più organizzative che terminologiche e altri ancora che hanno richiamato l'attenzione sulla situazione da "codice rosso" nella quale si trova la sanità italiana.







Amedeo Bianco, presidente della FNOMCeO (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri), ha spiegato perché ci si è orientati su persona assistita: "Trasmette il significato immediato di chi ha diritto a ricevere cure e assistenza senza passività". Al quale ha replicato anche Umberto Veronesi: "Penso che sia utile abbandonare la disputa semantica e far notare che non è cambiando un nome che si cambia la sostanza delle cose".




Non c'è dubbio che l'utilizzo del termine "paziente" può indurre a qualche dubbio, perché dal punto di vista etimologico ha il doppio significato di persona che soffre, ma anche che attende con tranquillità. Anche se nel linguaggio medico ha assunto un significato univoco, come sinonimo di malato e sintesi di compromesso di quei termini ancora molto diffusi alla fine degli anni Sessanta come, solo per fare un esempio, menomato.





Ci verrebbe da chiedere, da comunicatori pubblici, se la scelta dei medici sia il frutto di un diverso approccio al tema sanità: occorre ancora essere (molto) pazienti per riuscire a vedersi assicurati i propri diritti, a prenotare una visita o un esame in tempi ragionevoli, a non essere considerati dei semplici numeri, o uno dei tanti ricoverati che si possono spostare da un reparto all'altro o da un'ospedale all'altro secondo esigenze di cassa? Forse essere considerate delle "persone assistite" potrebbe far perdere la... pazienza.





Claudio Trementozzi

 
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